Parole, maneggiare con cura

L’unica cosa che ci differenzia dagli animali è aver sviluppato quel codice variegato e complesso che prende il nome di linguaggio umano, declinato nelle varie lingue. Se per John Searle “non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza”, Wittgenstein si spinge ad affermare che i limiti del nostro linguaggio significano i limiti del nostro mondo. Che in sostanza vuol dire che siamo quello scegliamo di dire (e di non dire) e che il nostro modo di esprimerci riflette il nostro modo di pensare. La lingua italiana è incredibilmente e meravigliosamente viva grazie a un vocabolario sconfinato, impreziosito da miriadi di sfumature dialettali, contaminato da prestiti da altre lingue, arricchito di neologismi, ma è importante tenere a mente che ogni parola ha un peso specifico in un determinato contesto.

Tullio De Mauro si era preso la briga di censire tutte quelle “parole per ferire”, non tanto le offese tout court, ma quelle di per sé innocue che col nostro piglio italico abbiamo colorato di sfumature ingiuriose. E le abbiamo pescate tra i vegetali (finocchio, testa di rapa, broccolo), gli animali (cagna, maiale, lucciola, capra – anche ripetuto all’infinito), le razze (crucco, mongoloide, zulù, bulgaro), i mestieri (lavandaia, accademico, scolastico, portinaia), la lista potrebbe essere infinita. Per cui è sempre necessario selezionare con estrema cura le parole che pronunciamo o scriviamo, soprattutto in questi tempi di visibilità accelerata dal web.

«Su internet siamo come dei neopatentati alla guida di una Ferrari» dice Vera Gheno, sociolinguista dell’Università di Firenze, specializzata in comunicazione mediata dal computer, nonché gestrice dell’account Twitter dell’Accademia della Crusca (ultimo libro Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network). «Tendiamo a esprimerci come faremmo in presenza di persone che ci conoscono, che possono vedere i nostri gesti e le nostre espressioni mentre parliamo. Ma una battuta che fa ridere i nostri interlocutori soliti, sul web può trasformarsi in una trappola: ho battezzato questo fenomeno “effetto-tinello”».

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[Articolo apparso sul numero 9 di Settembre 2018 di Style Magazine Italia – Corriere della Sera]

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