Quando sono tornato al mio paese non ho trovato né luci sempre accese, né signore sulle sedie. Nel primo caso perché le abitazioni sono in buona parte vuote, nel secondo perché le signore sono in buona parte morte. Di piazze sempre piene non ne parliamo neanche, per un’allegra combinazione dei fattori di cui sopra.
Quando sono tornato al mio paese ho scoperto che sono sparite almeno un paio di generazioni, quelle di chi ha tra i trenta e i quarant’anni; che la locale littorina è stata sostituita da un pullman perché la ferrovia la stanno riammodernando da talmente tanti anni che quando la finiranno dovranno ricominciare a riammodernarla perché nel frattempo è diventata vintage; che la mancanza d’acqua non è più una prerogativa dell’estate ma anche dell’inverno.
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Quando sono tornato al mio paese, ho scoperto che, a quanto pare, le ferie sono incominciate solo per la caposala del reparto di chirurgia che mi doveva mettere in lista per un intervento. Un anno e mezzo fa.
Ma procediamo con ordine.
Nel 2023 ho avuto l’idea pazzerella di tornare a vivere nel mio paese natale, in un’area interna della Calabria, dopo quasi quindici anni passati a Milano. Non starò in questa sede a ripercorrere la storia del mio sbilenco rientro in patria, ma se qualcuno volesse farsi i fatti miei li trova al minuto 1:25 di questo video.
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Sta di fatto che in un soleggiato giorno di novembre 2024, nel bel mezzo di questa nuova esperienza di ritorno, pieno di buoni propositi e grandi progetti, vengo colpito da lancinanti dolori in quella zona in cui le maldicenze collocavano il cuore del giudice di De André.
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Impossibilitato a stare in piedi, disteso o seduto, mi faccio accompagnare al pronto soccorso dell’ospedale del mio paese natale, fiore all’occhiello della sanità calabrese degli anni Ottanta e Novanta, ridotto ora a casa di accompagnamento alla pensione di decine di infermieri e operatori sanitari che non hanno più nessuno da curare perché i reparti sono stati tutti chiusi.
A visitarmi arriva un dottore alto e particolarmente abbronzato che capisco non essere italiano solo quando inizia a parlare. Col mio deretano all’aere, faccio esperienza diretta di un’altra cosa successa durante la mia assenza dalla regione: la Calabria ha appaltato l’emergenza sanitaria e la carenza di personale medico sanitario a Cuba.
In quel momento però lodo i sigari, il rum, la salsa, la rivoluzione, Che Guevara e pure Fidel Castro per averci mandato questo dottore abbronzato armato di siringa ripiena di antidolorifico che mi ha rimesso, quanto meno, in posizione eretta. Emorroidi! esclama. Ma per sicurezza vai a farti vedere nel reparto di chirurgia del celeberrimo ospedale di città, e mi consegna un referto che funge da lasciapassare.
Il mio Uber, meglio conosciuto come mio fratello, mi fa sedere alla bell’e meglio in macchina e mi accompagna nel celeberrimo ospedale di città, a mezz’ora di strada, attraversando boschi di castagni e cerri che cominciano a perdere le foglie.
Non funzionante, recita l’ascensore numero uno. Solo per il personale, recita quello numero due. Stringendo i denti, e non solo, mi trascino fino al quarto piano, immaginando orde di medici cubani a fare su e giù con quell’ascensore privato.
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