Lo vedi quel pino?” mi dice un signore a cui chiedo indicazioni, dal momento che Maps mi ha abbandonato.
“Sì” rispondo.
“Quella è la casa del dottore. Tu arriva con la macchina fino a quando trovi un bivio. A destra c’è la grotta del brigante, a sinistra la casa di Silvio. Ti consiglio di lasciare la macchina lì e proseguire a piedi, nei giorni scorsi ha nevicato e non so com’è messa la strada”.
Non faccio fatica a individuare l’unico albero verde sul versante della montagna, in mezzo a tanti alberi spogli. Dietro di lui, tra i rami secchi, s’intravede una casetta grigia. Spostando lo sguardo più a destra invece vedo la casa dov’è nato mio padre, in bilico su un pendio che da qui sotto ti chiedi come cavolo facessero a fare su e giù a piedi.
Harry qui sembra non essere mai passato, nonostante usciamo da una settimana di pioggia, neve e un insistente vento impetuoso. Le coste, specie quella ionica, sono state sferzate dal mare e dal ciclone, anche se i giornali e i tg se ne sono occupati con molto ritardo. Ma questo non lo possiamo dire ad alta voce, perché sennò poi dicono che al sud ci piangiamo addosso e che viviamo aspettando le prebende statali.
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Francesco Merlo su Repubblica ha scritto che al Sud la disgrazia è considerata endemica, quasi un prolungamento della normalità. Come a dire che una notizia tragica che arriva da qui non è una vera notizia, visto che alla tragedia ci abbiamo fatto il callo. Ma così facendo si corre il rischio che chi abita da queste parti si senta considerato un po’ meno italiano degli altri. Così come Pietro Bianco, il più noto brigante della Calabria che proprio nei boschi che sto attraversando aveva trovato riparo in una fenditura della montagna.
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Da alcuni considerato una specie di Robin Hood, si era unito ai Mille al passaggio di Garibaldi, animato dal senso di giustizia e da una certa idea di patria. Ma una volta formatasi l’Italia notò, con delusione, che la situazione dei contadini e dei pastori come lui non solo non migliorava ma stava peggiorando. E così decise che era arrivato il momento di difendere se stesso e quelli come lui dalla povertà e dalle disgrazie considerate endemiche.
Ma non so qui né per fare apologia del brigantaggio – fenomeno di cui non so praticamente nulla – né per lamentarmi, anche se è uno dei miei sport preferiti. Mi sto inerpicando sul versante di questa montagna che si trova nel comune di Bianchi, in provincia di Cosenza, e che in dialetto si chiama “timpa”, per conoscere un mio cugino di secondo grado che ha più di ottant’anni.
Lascio la macchina al bivio, così com’ero stato istruito, e imbocco una ripida salita piena di fango. La casa si fa sempre più vicina ma il pino che da sotto sembrava maestoso, adesso non so più dove sia finito. Mi guardo intorno attraverso la luce calda di un primo pomeriggio di gennaio, e davvero non so darmi spiegazioni su che fine abbia potuto fare quell’albero, se non pensare che la montagna lo abbia risucchiato tra le sue viscere.
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Sulle tegole di terracotta sono appoggiati grandi sassi, per proteggerle dai venti; sotto la tettoia trovano riparo una casta di legna e una Panda azzurra. In lontananza una fontana scorre allegra e se mi giro abbraccio con lo sguardo il pendio e tutta la vallata dove piante e animali sonnecchiano aspettando la primavera. Dalla casa proviene un cigolio, interrompendo la mia contemplazione naturalistica. Si apre la metà alta di una porta di legno e spunta la testa di uomo coi capelli bianchi, gli occhiali e il viso perfettamente rasato.
“Silvio? Sono Gaetano, tuo cugino, dico. Sono il nipote di Gaetano Moraca che abitava nella casa qui sopra”.
“Ah, zu’ Gatanu, risponde lui. Me lo ricordo benissimo. Era simpatico zu’ Gatanu. Una volta mi portò in Sila con lui a guardare le pecore, e poi mi regalò una mezza provola”.
Il mio parente scoppia in una risata fragorosa, intramezzata dai rantoli provenienti dal petto. E appare talmente divertito dall’aneddoto che agli angoli della bocca si forma una schiuma banca.
“Vieni, ti faccio vedere la mia cucina”, e così dicendo apre anche la metà bassa del portone e mi fa accomodare in una stanza buia e fredda che bisogna essere dotati di fervida e galoppante fantasia per definirla cucina. In basso a destra ci sono chiavi inglesi, cacciaviti, martelli e altri attrezzi buttati alla rinfusa, in fondo degli scatoloni e dei vecchi armadi, a sinistra qualche fornello e un lavandino da cui sgorga un rivolo di acqua.
“Questa viene da una sorgente a duecento metri da qui”, dice. “Ce l’ho portata io”.
“Ah bello”, dico.
“Tieni, senti com’è fresca” dice prendendo da uno scolapiatti arrugginito un bicchiere di vetro opaco e unto, in cui fa entrare un dito d’acqua per poi porgermelo. Lo prendo in mano come se mi stesse passando un bicchiere di cicuta e mi bagno le labbra per educazione, confidando che i numerosi riconoscimenti nel campo della scienza e della medicina conferiti a quest’uomo possano proteggermi da difteriti e intossicazioni.
Molte volte ho sentito parlare di Silvio in famiglia e quasi sempre con quel tono blandamente faceto che si riserva alle persone con le rotelle fuori posto. Così, indossata la mia uniforme da detective, mi sono recato sul posto per capire se gli ingranaggi fossero tutti oliati.

Silvio De Fazio, il dottor De Fazio, è il primo dei tre figli di una cugina di primo grado di mio padre, di nome Bettina. Nella casa dove ora c’è la cucina ci tenevano gli animali e al piano di sopra c’era una scuola elementare aperta solo nei mesi caldi per via di tutta la neve che faceva sulla cima di questa montagna detta “timpa”. Nell’edificio accanto lui ci è nato, nel 1944, ci cresciuto e ora ci è tornato a vivere dopo aver passato mezzo secolo a Milano. Forse questi due edifici non posso essere considerati tecnicamente ruderi per il solo fatto che hanno il tetto ancora tutto intero, ma diciamo che il dottor De Fazio non è propriamente agli agi che pensa tutto il giorno. Lui, in testa, ha soltanto una cosa.
“Questo sai che albero è?” mi interroga indicandomi un tronco spoglio alto sei o sette metri.
“No, veramente no”, rispondo io.
“È un albero di noce e io l’ho visto piantare quando ero un bambino. Cazzo, ti rendi conto?”
E anche dopo questa affermazione ride molto più del dovuto, producendo secrezioni biancastre all’estremità della bocca.
“Seguimi, andiamo nello studio”.
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