L’ultima mela

Alla fine se n’è andata, anche se ormai da più di vent’anni non voleva andare da nessuna parte. Eravamo tutti convinti che ci avrebbe seppellito uno a uno e invece, all’invidiabile età di novantacinque anni e un mese, mia nonna ha deciso che tutto sommato il suo tempo su questo pianeta era stato più che sufficiente.

Nella sua lunga esistenza ha mandato al creatore una mezza dozzina di papi e una trentina di presidenti del consiglio, dovette riparare in campagna per sfuggire alle bombe della seconda guerra mondiale e accettare di sposare un vedovo per non rimanere l’unica zitella del rione. Vide nascere la Repubblica e la tv a colori, assistette al crollo del muro di Berlino, delle ideologie novecentesche e dei suoi denti. Ma, in verità, di tutto questo non è che le fosse mai importato un granché.

Un po’ perché non aveva tutti gli strumenti per comprendere le cose che succedevano fuori dal suo cancello di casa – aveva studiato fino alla terza elementare, mi pare, e oltre a una bella grafia non aveva appreso più di tanto; un po’ perché l’occupazione più grande di mia nonna era fregarsene delle cose che la circondavano. A meno che non riguardassero se stessa e, nello specifico, le sue condizioni di salute ritenute molto precarie.

Molière su di lei forse ci avrebbe fatto una commedia, ma mia nonna prendeva piuttosto sul serio la questione dei suoi acciacchi, veri o presunti, al punto da aver coniato una massima che andava ripetendo a chiunque, anche più volte nel corso della stessa conversazione: “dai quarant’anni cominciano i malanni”. Per cui, se la matematica non mi inganna, questo ultimo mezzo secolo se lo sarebbe dovuto passare come Proust durante la stesura della Recherche: a letto, emaciato, con gli occhi neri e privo di forze.

E invece lei lo ha attraversato in sella alla sua poltrona, fedele compagna di rosari, litanie e pisolini ristoratori. Con accanto Radio Maria sempre accesa, così come i lumini per le anime dei morti. Per lo meno fino a quando non ha scoperto gli intrighi dello sceneggiato più sordido e sessualmente esplicito della storia della televisione. Cercavo di evitare come la peste di trovarmi in casa sua nell’ora della messa in onda di Beautiful, prima di tutto perché non mi avrebbe dato corda, ma soprattutto per non sentirmi uno sporco peccatore davanti alla visione di certi incesti, tradimenti e coiti, che davvero non so cosa potesse frullare nella testa di una devota cattolica come lei. Molto malata, per giunta.

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