Il rapporto più stabile

Scrutiamo il menù della pizzeria con attenzione, frastornati dall’ampia offerta. “Io non so scegliere quando ce ne sono così tante, tu che ti prendi?” chiede Liliana a suo marito Nicola. “Quasi quasi prendo una Rustichella, quella con la salsiccia”. “Ok, allora la prendo pure io, non mi so decidere” conclude lei. Con le dita ancora gelate dal vento freddo calato su Terni, indico al cameriere una Sfiziosa, con prosciutto cotto e zucchine. “Ah, vedete che la pizza la offro io” dice Liliana “dobbiamo festeggiare che a maggio esce il libro nuovo”. Provo a insistere e dirle che in realtà volevo essere io a offrirgliela per ringraziarla della disponibilità e lei, con un accento a metà tra l’est Europa e il centro Italia, mi chiude il becco: “Io ancora devo capi’ chi te l’ha fatta fa’ di venire da Milano per parlare con me”

Nicola, seduto al mio fianco, mi guarda come per dire “fa la modesta” e intanto se la ride sotto i baffi. Il cameriere porta la mia birra e le loro Coca Cola e brindiamo a questo incontro e al libro in uscita. Liliana beve un sorso, ma più per dare seguito al brindisi che per soddisfare la sete. I capelli corti e biondi le incorniciano la faccia tonda. “Io non ho niente da perdere perché ho già perso tutto, quindi dico le cose come stanno. Che vuoi sape’?” mi dice quasi senza prendere fiato e mi suscita un sentimento di ammirazione mista a timore.

“Quando sono partita per l’Italia le mie figlie erano già grandi, se così possiamo dire. Nina aveva diciannove anni e Raluca diciotto. Le ho cresciute praticamente da sola da quando ho divorziato, e intanto lavoravo pure”. Liliana Nechita si è sempre data da fare, da quando era piccola, perché nel posto dov’è cresciuta, Mărășești  in Romania (nella regione della Moldavia, confinante con la repubblica omonima), non si poteva stare troppo con le mani in mano. “A diciott’anni, dopo il classico, visto che sapevo le lingue mi hanno assunta in una ditta di abbigliamento come responsabile import-export. Ci sono stata quasi per vent’anni, fino a che le aziende non hanno cominciato a delocalizzare in Cina e poi a chiudere”. Arriva presto anche il suo turno e, all’alba dei quarant’anni, Liliana scivola nel baratro della depressione dopo in licenziamento.

“Sfiziosa?” domanda il cameriere. “Per me, grazie”, rispondo e mi adagia sotto il mento una pizza enorme che fuoriesce dal piatto. Nicola, come tutti i napoletani, guarda la sua con circospezione. “Mi ha salvato una mia amica che aveva lavorato con me nella fabbrica. Mi ha detto ‘Andiamo in Italia, lì c’è lavoro’ e così siamo partite, senza niente, senza un soldo”. Dice, Liliana, che l’unico pensiero che la consolava era sapere che stava andando a vivere nel paese del Colosseo e di Michelangelo. “Tutto quello che guadagnavo lo mandavo alle mie figlie, soprattutto alla piccola che si era iscritta all’Università. Mandavo pure alla grande che aveva un bambino malatuccio bisognoso di medicine e alcune volte anche a mia madre che viveva con una pensione bassissima”.

A cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio è come se, a un certo punto, in Italia e nell’Europa occidentale più in generale, tutti si fossero messi d’accordo per diventare vecchi improvvisamente; come se tutti fossero avvizziti come fiori in un vaso e tutti, allo stesso tempo, avessero l’impellente bisogno di essere sorretti. Come se uomini e donne che fino al giorno prima riuscivano a farsi la doccia o a preparare da mangiare, da un momento all’altro avessero deposto le armi e dichiarato la resa accovacciati in un letto o in una poltrona reclinabile. Ed è come se nello stesso istante, in quei paesi d’Europa dove il sole sorge prima, un esercito di donne addestrate per tutta la vita a tale scopo non aspettava altro che un cenno per salire sul primo aereo e andare ad sorreggere questo popolo di vecchi malandati.

“Come la mia amica lo ha detto a me, altre donne lo hanno detto a parenti, conoscenti, vicine di casa e con questo passaparola siamo partite in massa alla ricerca di un lavoro e di un tetto. Io che non riuscivo a stare nemmeno una settimana lontana dalle mie bambine non le ho viste per sei anni di fila. Non so nemmeno com’è l’Università dove ha studiato mia figlia, proprio lei che è quella che ha sofferto di più, quella che era più attaccata a me. E per fortuna le mie figlie erano grandi. So di bambini di cinque o sei anni che si sono suicidati perché si sentivano in colpa per aver fatto partire le madri, i cosiddetti orfani bianchi. Abbiamo dovuto lasciare i nostri vecchi e i nostri bambini per andare ad occuparci di altri vecchi e altri bambini. Ma non avevamo scelta: la politica era corrotta, il lavoro non c’era e non potevamo fare affidamento sui nostri uomini, in molti più attaccati alla bottiglia che alle loro famiglie”.

 

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